Lo stress velocizza il naturale processo d'invecchiamento? Che rapporto c’è tra invecchiamento e stress? Dal momento in cui veniamo al mondo al momento della morte tutto il nostro corpo è soggetto ad un continuo seppur lento processo d'invecchiamento.

Tutti i processi vitali richiedono energia e lavoro e, conseguentemente, un determinano per loro stessa natura livelli variabili di usura e logoramento.

Lo stesso concetto di “vita” è strettamente legato a quello di "usura": la vita è infatti definita come l’insieme delle funzioni e dei meccanismi che rendono un organismo animale o vegetale capace di conservarsi, svilupparsi, riprodursi e mettersi in rapporto con l'ambiente e con gli altri organismi: tutte queste attività sono rese possibili da processi che, anche nelle migliori delle condizioni, a lungo andare producono usura dei sistemi che li mediano.

Tra i vari meccanismi che hanno reso possibile alla materia di trasformarsi in “vita”, ossia in organismi viventi di varia complessità, la selezione naturale ci ha dotato anche di meccanismi volti a farci morire dopo un determinato lasso di tempo. Senza dilungarci sulla funzione di tali meccanismi in termini evoluzionistici, prendiamo come esempio di meccanismo legato all’invecchiamento cellulare quello del progressivo accorciamento dei telomeri del nostro DNA che si verifica in tutte le cellule del nostro corpo (ad eccezione di quelle germinali) ad ogni suddivisione mitotica a causa della peculiarità del meccanismo di replicazione del DNA di non leggere e copiare i segmenti finali del cromosoma e che, raggiunta una certa soglia, porta all’apoptosi (morte) cellulare e quindi all’invecchiamento dei tessuti.

I telomeri sono sequenze ripetute di DNA (nei vertebrati la sequenza di basi TTAGGG) situate in entrambe le due estremità dei cromosomi e che formano dei complessi con specifiche proteine (Blackburn and Gall, 1978; Meyne et al., 1989).

Nelle cellule umane soggette a mitosi le sequenze dei telomeri nel DNA si accorciano progressivamente ad ogni divisione cellulare (Olovnikov, 1971; Watson, 1972); ne consegue che, con l’aumentare dell’età, la lunghezza dei telomeri decresce nella maggior parte dei tessuti umani esaminati, in particolare nelle cellule altamente proliferative come i leucociti (es. Harley et al., 1990; Ishii et al., 2006; Kimura et al., 2008a; Rampazzo et al., 2010).

I telomeri si accorciano con l’avanzare dell’età ad ogni mitosi a causa dell’incapacità del meccanismo di replicazione del DNA di leggere e copiare i segmenti finali del cromosoma, ciò che è noto come “end replication problem(Olovnikov, 1971; Watson, 1972), ed anche dai danni al DNA causati dello stress ossidativo (es. Oikawa and Kawanishi, 1999; Richter and Zglinicki 2007).

Quando la lunghezza dei telomeri scende sotto una certa soglia (reviewed in Mayer et al., 2006; Meier et al., 2007; Zou et al., 2004), la cellula mostra sostanzialmente un ridotto potenziale proliferativo e può andare incontro alla sua morte programmata (Counter et al., 1992; Harley et al., 1990) e alla vecchiaia cellulare mentre la proliferazione cellulare cessa e il metabolismo cellulare risulta alterato (reviewed in Campisi, 2005b).

Potremmo in tal caso considerare lo stesso normale processo di replicazione cellulare (mitosi) come un processo usurante per quella linea cellulare; in questo caso l’usura si manifesta sotto forma di progressivo accorciamento dei telomeri causato dalla normale replicazione cellulare (mitosi) e conseguente progressivo accorciamento della vita della cellula.

 

Posto che l’invecchiamento di un organismo complesso non è legato solo al progressivo accorciamento dei telomeri ma all’interazione di molteplici fattori molti dei quali ancora poco conosciuti, posto che la morte cellulare non è un destino inevitabile (ne sono un esempio le cellule tumorali e le cellule sane in esperimenti in vitro) essendo causata da meccanismi la cui comprensione porterà molto probabilmente allo sviluppo di sistemi volti a bloccare o invertire tale processo, la domanda che ci poniamo è la seguente:

è corretto considerare “stressor” tutti gli stimoli che incontriamo nella vita, da quelli più comuni e “innocui”?

Ad esempio la luce di una candela che eccita "delicatamente" i fotorecettori della retina, l’eccessiva irradiazione solare della pelle o le routinarie attività intrinseche delle cellule (come la mitosi) che consentono la vita stessa ma che necessariamente determinano logoramento degli stessi sistemi (es. accorciamento dei telomeri), sono tutti stressor (stimoli stressanti)?

Una tale concezione renderebbe inutile l’introduzione stessa del concetto di stress; per tale ragione, senza nulla togliere al significato originario della parola stress (logoramento, usura) e mantenendo ben definiti i confini tra stimolo (non stressante) e stressor (=stimolo stressante), in questa sede non considereremo gli stimoli e le attività organiche che determinano il normale invecchiamento come stressor.

Lo stressor è qui considerato come uno stimolo in grado di determinare una velocità di logoramento dei sistemi organici superiore a quella che si verifica nel normale range di funzionamento dell’organismo in un ambiente in cui esso sia sufficientemente adattato e adattabile; in tal caso lo stressor determina un’attivazione dei sistemi adattivi che va oltre (per intensità o per durata) il loro range di funzionamento normale\ottimale che, in questa sede, definiamo "range adattivo".

Se dunque lo stressor è uno stimolo in grado d'innescare risposte adattive che richiedono un livello d'attivazione dei sistemi di adattamento superiore al loro range adattivo, possiamo rispondere alla domanda iniziale dicendo che, quanto più la vita di un individuo è connotata da eventi stressanti eccessivi (es. stress cronico, stress intensi), tanto più rapido è il processo d'invecchiamento cui è soggetto.

La conseguenza diretta di quanto detto sin ora è che un individuo in grado di gestire correttamente lo stress è un individuo che oltre a migliorare nell'immediato la qualità della propria vita, risparmia al suo corpo un logoramento più rapido (invecchiamento) spesso inutile ed evitabile.

 

 

 

 

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